Corpo medico, psichico, vivente
Il corpo contemporaneo è oggetto di mille attenzioni, ma di poca cura. La medicina lo scompone in oggetti parziali, la politica lo piega ai suoi scopi, la vita online lo sottrae alle relazioni toccanti. Vittorio Lingiardi vuole riportarlo al centro dell’ascolto. Ma quale corpo? I corpi non sono tutti uguali. Ci sono i corpi dei ricchi e quelli dei poveri, i corpi giovani e non più giovani, i corpisani e quelli malati. Malati per un po’ o persempre; tra questi, quelli trascurati e gli accuditi. Corpi liberi e imprigionati, di pace o di guerra. Potremmo proseguire per ore, fino all’irripetibilità di ciascun corpo. Oggi i nostri corpi sono sottoposti a una torsione, attraversati da un doppio movimento: da una parte il progressivo svanire nel virtuale, dall’altra la loro assillante concretezza decorativa e muscolare. Intanto i “corpi veri” (quelli schiacciati mentre lavorano, dissanguati sotto le bombe, annegati nel Mediterraneo, ammalati dalla povertà) vengono rimossi. Il corpo ci segue e ci accompagna, sa consolarci, può essere crudele. È il nostro io, ma anche il primo tu. L’imprevisto lo fulmina, il tempo lo consuma. Come in un film di fantascienza, una visita medica, un pomeriggio d’amore, Lingiardi compie un viaggio all’interno del corpo. Per farlo si avvicina agli organi che lo compongono – uno per uno, dal fegato al cervello, dagli occhi al cuore – per raccontarli con le voci della medicina e dell’arte, del mito e della psichiatria. Dal corpo non si scappa: è nel diritto e nella salute, nelle politiche di genere e nelle simulazioni robotiche, nelle pratiche sportive e in quelle alimentari. Soprattutto per i più giovani, il corpo è un luogo di ricerca identitaria. Un motivo di gioia, ma spesso d’angoscia. Autobiografica e psicoanalitica, poetica e scientifica, la conferenza di Vittorio Lingiardi serve a ricordarci, come recita un verso di Wisława Szymborska, che «il corpo c’è, e c’è, e c’è».